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Il Graal

I
Perciballe quasi volò sulla cascata di gradini che sfociava in Largo Panizza. Attraversò di gran carriera l’impresenziata stazione, poi, stringendo a sé il prezioso involucro, si precipitò lungo le due rampe che lo separavano dal materiale rotabile Ale 789, le cui porte si chiusero, sbuffando, appena l’ansante vecchietto si abbandonò, esausto, su un duro sedile di plastica. Subito, il treno si mosse. Perciballe osservò il suo Wyler Vetta del ‘53, meditò sul percorso da fare, una volta a Roma, per raggiungere l’agonizzante Cavalier Arturo Lanzillotta, amico di antica data e raffinato arbiter debosciarum finché non aveva abbandonato la Perla dei Castelli per trasferirsi nella Capitale, come deputato dell’Unione Monarchica Italiana; anni dopo, Lanzillotta uscì dal partito, reo, secondo lui, di pensare più alla forchetta che allo scettro e si unì alla loggia massonica Camelot 4, di stretta osservanza bretone, cui affiliò lo stesso Perciballe, iniziandolo a cerimonie e riti segreti officiati da un incappucciato. Il buon Perciballe non capiva un tubo di Libera Muratoria, pur essendo diplomato geometra e proprietario di immobili abusivi, giù a Cisternole, però si divertiva molto a partecipare alle riunioni dei frammassoni, soprattutto perché esse si concludevano, immancabilmente, con un rinfresco; e, mentre Lanzillotta si dava da fare con cardinali, politici, generali e finanzieri, lui se ne rimaneva seduto al buffet, ad abbuffarsi come non avesse mai mangiato in vita sua. Sfortunatamente, il diabete, diagnosticatogli nel ‘95, lo costrinse ad una dieta più che ferrea e così, adducendo scuse assai fantasiose, cominciò a disertare riunioni e rinfreschi, senza smettere, però, di frequentare Lanzillotta, il quale, col pretesto di voler respirare aria buona, saliva spesso a Frascati e poi se ne tornava a Roma, esalando zaffate d’aria etilica.
Così per anni. Ma una notte Perciballe fu destato da una penosa telefonata del suo amico, il quale, con un filo di voce, dicendosi ormai moribondo, lo supplicava di recargli, il giorno appresso, il conforto del Graal che Perciballe custodiva in cassaforte…
II
Il treno sembrava uno stanco batterista rimasto a suonare per inerzia, a concerto finito; la monotonia di quel ritmo ferrato faceva, di tanto in tanto, crollare le palpebre a più di un passeggero. Perciballe, invece, era vigile e scrutava, col sopracciglio inarcato, la donna dal ventre espanso, che gli sedeva di fronte, con lo sguardo fisso all’involucro che lui stringeva tra le braccia conserte. Quegli occhi bovini lo inquietavano non poco, così decise di cambiare posto e vagone, voltandosi spesso per accertarsi di non essere seguito. Ma il treno era affollatissimo e Perciballe restò in piedi, accanto a quattro ragazzotti garruli come rondoni, che ammazzavano il tempo giocando a tressette. Gli tornò in mente una scena analoga, di tanti anni prima, una volta che giocò in coppia con Lanzillotta, in una fraschetta, e sbagliò carta; fu subito redarguito dal compagno, che lo ammonì severamente, affermando “il due secondo si passa sempre, regola di Chitarrella”; a quel rimbrotto, Perciballe s’era intimorito e, subito dopo, nonostante il compagno avesse calato il tre di coppe, annunciando “questo è un pezzo del venticinque”, lui, che aveva l’asso, non lo passò e a fine mano, constatato l’errore, Lanzillotta lasciò, sdegnato, quel nobile consesso. L’Asso di Coppe, il Graal…
III
La pendenza del trentacinque per cento, che svanisce sotto Colle Maria, mutò il ritmo della batteria: solo un colpo ogni tanto, mentre la macchina fluttuava sullo chemin de fer neanche avessero spalmato le rotaie di sciolina; come per un attacco di brachicardia, il kardia metallico rallentava i suoi battiti, prima d’infilarsi nelle fauci del tunnel. Perciballe trattenne il respiro. “Adesso arriva il buio,” pensò, “ stiamo in campana!”e strinse l’involucro ancora più forte. Invece, niente. Le plafoniere al neon si accesero e si spensero all’uscita della galleria. Non era mica come una volta, che la luce spesso mancava e allora giù ceffoni dove capitava e fracasso e risate e parolacce di chi restava sotto. “Diamine, quanti anni erano che non prendevo il treno per Roma?”, si chiese Perciballe.
IV
A Ciampino scese un sacco di gente e un sacco di gente salì. Perciballe, però, si era conquistato un posto a sedere. Era un bel giorno di tramontana e tutto appariva com’era, svelato, denudato dal tronfio trionfo del sole. I monti laggiù, il bianco di case lontane, le distese verdi dell’ippodromo di Capannelle. Perciballe allentò la presa, per qualche minuto. Si scordò di esistere e sorrise di una beata ebetudine. Il treno si fermò a Porta Maggiore. Questione di semafori e precedenze. Là sotto, ai tempi di Pio IX, appena fuori le mura, c’era la stazione della Roma-Frascati; da lì partiva, come dicevano i romani, “er treno lumaca, che nun parte da Roma e nun ariva a Frascati”. Ma Perciballe non lo sapeva e, quindi, non poteva pensarci; pensava, invece e con angoscia, all’eventualità di arrivare troppo tardi a casa di Lanzillotta e di trovarlo già dipartito. Finalmente, il treno si mosse e, dopo un po’, lo scaricò a Termini.
V
Perciballe salì fino al quinto piano di un vecchio stabile di Via XX Settembre. Gli fu aperto da una colf peruviana, che ci mise un bel po’ per capire chi aveva di fronte e cosa volesse. Alla fine si decise a lasciarlo entrare e lo guidò fino alla camera da letto. Lanzillotta rantolava sotto il velluto damascato di un baldacchino. La stanza odorava di chiuso e una luce stremata filtrava dalle imposte.
– Cavaliere…- azzardò Perciballe.
Lanzillotta ruotò il capo e lo guardò con occhi svagati come quelli di un mangiatore di loto. Aveva la barba lunga e il respiro corto.
– Cavaliere, sono io, Perciballe. Ho portato il…
Lanzillotta allungò un braccio e tentò, invano di sollevarsi.
– Aiutami, amico mio. – piagnucolò con un fil di voce.
Con sforzi enormi, Perciballe riuscì a sollevarlo e ad infilargli un paio di cuscini sotto la schiena.
– Presto, – ordinò Lanzillotta, – fa’ presto!
Perciballe scartò il suo pacco ed un calice d’oro sfolgorò nella penombra. Rimosse il coperchio e l’effluvio che subito si sparse nella stanza parve rianimare il morituro, le cui mani protese, come in una supplica, si strinsero infine intorno allo stelo di quel fulgido fiore. Bevve un avido sorso di liquido ambrato. Sorrise. Bevve ancora e la vita sembrò riaffiorargli nel cuore. Rese il calice.
– Ah, il Cannellino! – sospirò. E spirò.

Nicola F. Leonzio
nleonzio45@gmail.com

 

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