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Il problema è un altro

Vi sarà capitato molte volte di sentire, durante un dibattito televisivo, qualche esimio esponente della nostra classe politica sentenziare “il problema è un altro”, in risposta alla domanda di un giornalista o alle osservazioni di un avversario. Se non vado errato, il primo ad utilizzare di frequente tale espressione, fu il simpaticissimo Massimo D’Alema, un vero maestro di quella retorica di sottogenere nota col nome di “politichese”, nella quale consiste una delle invenzioni mediatico-postmoderne più aberranti. Come nell’antica scuola della sofistica greca, il politichese risponde essenzialmente alla necessità di convincere un’audience di media o bassa preparazione culturale della giustezza delle proprie asserzioni, indipendentemente dai contenuti delle stesse. Il politichese brilla, fra i tanti sottocodici linguistici, per la sua sublime capacità di non dire nulla di essenziale o di decisivo per le sorti del Paese; proprio in tale, voluta e cosciente, insignificanza risiede la sua funzione assolutamente conservatrice, la sua urgenza di falsa comunicazione allo scopo di lasciare le cose come stanno e di procrastinare indefinitamente l’esistenza della Casta. Il politichese, cioè, è un linguaggio da teatrino elettorale, un vuoto artificio utile al gioco delle parti di attori che prima fingono di litigare sulla scena e poi vanno a papparsi i soldi dei gonzi che hanno pagato il biglietto. Ossia, noi.
L’espressione “il problema è un altro” risponde essenzialmente a questi scopi:
1 – dare, cortesemente, del deficiente all’interlocutore, reo di non afferrare il nocciolo del problema in questione.
2 – spostare una discussione imbarazzante o pericolosa per le sue implicazioni su un piano diverso, onde spiazzare l’avversario, impreparato sul nuovo argomento che il politico gli viene prospettando.
3 – mostrare che sull’argomento è possibile una pluralità di punti di vista e di angolazioni che si potrebbe moltiplicare a piacimento, onde ingenerare confusione nell’audience e, di conseguenza, nell’elettorato.
4 – tentare di ridimensionare, quando non addirittura di negare, la drammaticità di una certa situazione, sottindendendo che ci sono problemi assai più gravi e urgenti da affrontare.
5 – far slittare la discussione su un piano maggiormente congeniale, dove ci si sente più agguerriti e preparati.
Va da sé che tutti questi scopi possono facilmente coesistere. Quanto sopra, che, con un azzeccato neologismo, è stato chiamato “altrismo”, reca spesso con sé l’osceno gemello detto “oltrismo”, che si spinge ben al di là dell’altrismo, invero privo di fascino, con la pretesa di vagheggiare orizzonti più nuovi e più ampi, verso i quali il parco-buoi dell’elettorato potrebbe muggire più volentieri. L’oltrismo è assai più presuntuoso dell’altrismo, in quanto non si limita, semplicemente, a spostare il discorso, bensì intende trasportarlo in un’altra dimensione, quella, secondo chi ne fa uso, della speranza e di un’ottimistica utopia. E’ scontato, sia chiaro, che le speranze e le utopie che i politici odierni sono in grado di suscitare sono meno eccitanti di una zucchina lessa; cionondimeno, i grandi sacerdoti del Parlamento vaticinano, utilizzando un gergo il cui senso è assolutamente sfuggente. Sentite Fassina:
“”Il Pd, per adempiere al suo compito storico di valorizzazione della persona che lavora, deve avere il coraggio etico e intellettuale di andare oltre”. Oltre cosa? Oltre la persona? Deve rivolgersi agli scimpanzè? O, magari, alle foglie aghiformi dei pini? Lo sciamano Fassina non lo spiega, la sua battuta serviva ad affermare la diversità, l’alterità orgogliosa del suo partito; concetto che potremmo definire con un altro neologismo di derivazione politichese, ossia “alterismo”. Per evitare di farvi annegare in questa palude semantica, voglio consolarvi: l’ultraismo non fa parte del politichese, ma riguarda solo il tifo esasperato.
Altrismo, oltrismo, alterismo. Manca una parola, molto più antica e significativa: altruismo. Cioè il darsi da fare per i problemi degli altri e, nella fattispecie, di questa Italia sull’orlo del collasso, cosa che qualunque politico in buona fede dovrebbe preoccuparsi di aver sempre presente. Ma già vedo apparire gli scaltri ciambellani della Casta, già mi si appalesano le inquietanti sembianze di Lupi, Bersani e Casini pronti a risponderci:
“Il problema è un altro”.
Nicola F. Leonzio
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2 Risposte

  1. alterare il linguaggio, mistificare quanto più possibile per imbonire la massa… ma la massa sono tanti ( come diceva Mandrake in Febbre da cavallo ) e non sono mica scemi…

  2. Rosy Gaban

    D’Alema avrà pure iniziato ma poi ha avuto molti discepoli….non dimentichiamoci che i politici sono come i ladri di Pisa….di giorno si corchiano di botte e la notte vanno a rubare assieme…..questo è quanto……e il problema non è un altro…ma proprio questo!

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