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Quando le coppie (politiche) scoppiano

E’ un dato di fatto, ultimamente i litigi e le incomprensioni tra le coppie italiane sono in vertiginoso aumento; forse a causa della generale insoddisfazione, forse perché gli stipendi non arrivano alla fine del primo week end, forse perché i punti di vista divergono fino allo strabismo, ormai non ci si capisce più e non si riesce a trovare un punto d’intesa. Così come accade per le coppie normali, lo stesso succede per gli idilli di altra natura, quelli politici. I vecchi sodalizi si sfaldano e le separazioni ideologiche si moltiplicano. Non ci credete? Allora eccovi una recente conversazione, carpita in un fuori-onda, tra Sgarbi e la Mussolini…
hai appeso il mio sorriso alla parete
come una stampa a buon mercato
il mercato del giovedì, quello sotto casa
fitto di zenzero e rosmarino
di borse che traboccano di cavoli
più o meno amari
poi sei volata via verso via Volta
senza voltarti senza volto
senza voltaren
che poi ti vengono le coliche renali
e non sai come fare
e io sono rimasto appeso
come l’arcano dodici dei tarocchi
come un panno per lustrare maioliche
ma io lì che
non sapevo che fare
se seguirti nei tuoi andirivieni
di crisalide appena sbozzolata
o spedirti direttamente là
nell’anticamera dove a milioni attendono
di andare a fare in
a Vittò, se po’ sape’ che dichi? nun capisco
mi avvoltolai nelle mie magre scapole
a fasciarmi di carne e solitudine
ilare solitudine di chi realizza
che il solitario non viene
neanche se bari
e allora brindisi
alla foggia di un lecce tarantolato
alla mia solitudine indefessa
ai soliloqui tessuti di delirio
alla chiara che è più bianca quando è lessa

aoh, ma de che? ma che lingua parli?
improbabili lingue malnutrite
lingue indiane sfregate su incisivi
da capra uzbeko-tibetana che paventa
l’invasione giallastra dei tartari
che aggrediscono il bordo gengivale
dando luogo a piorrea
o a logorrea graforroica
che è molto peggio di
tesoro mio, si continui così, chiamo ‘a croce verde, tanto nun me costa gnente, basta che faccio ‘no squillo a ‘n assessore amico mio e te se porteno via
non possiamo comprenderci, non sai
la barricata di una sedia sbilenca
l’intarsio polveroso di una madia spanata
al cui interno si tiene non di rado
il congresso regionale degli scarafaggi
non sai i baci scroccati nel buio
all’amante di un altro
il paso doble di un pacemaker
la danza sul cuore di un mantra
e sulla zucca buddhista di un monaco
di Baviera
non sai che la groviera
ha troppi buchi per essere tappata
come ben si dovrebbe
tu non conosci il giulebbe d’annata
la polenta spianata
senza uccello nel mezzo
questa vita-intermezzo
fra nascita e morte
le bugie non ce l’hanno, le gambe
e se proprio le avessero
le avrebbero storte
dài, Vittò, piantala, ché me spaventi!
ho assistito a nefaste intersezioni
ho udito inenarrabili lamenti
di cavalier serventi
adusi a zerbinare
ho visto più di qualcuno limonare
sotto i fiori d’arancio
ma mai potei saggiar gusto di rancio
poiché non ho fatto il militare
è sempre meglio abbronzarsi che remare
il remo uccide purché non sia gemello
di Romolo da Roma
ho visto veglie trasformarsi in coma
per un boma lasciato incustodito
ho visto fatto amato avuto dato
ho praticato furto scippo e abigeato
ora me ne sto qui rincoglionito
disfatto stanco morto ed avvilito
Vittò, uscimo?
Nicola F. Leonzio
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