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Miseria del neoliberismo

Sono apparse su tutti i media italiani le dichiarazioni di Mario Monti, in occasione di un convegno presso la Terza Università di Roma, in relazione allo Statuto dei Lavoratori. L’austero professore di scuola bocconiana e liberista ha dichiarato: “Certe disposizioni dello statuto dei lavoratori, ispirate all’intento molto nobile di proteggere la parte più debole, quella del lavoratore, hanno potuto contribuire a determinare insufficiente creazione di posti di lavoro”. Non sono passati molti mesi dall’attacco governativo, riuscito, all’articolo 18. Anche la Fornero (quella che tuonava contro il desiderio giovanile del posto fisso, pur avendo una figlia titolare di ben due posti fissi e più che ben stipendiati) addusse come motivo fondamentale della sua sciagurata riforma (certo meno sciagurata di quella, anch’essa sua, sulle pensioni) il fatto che certe tutele dei lavoratori finivano per incidere negativamente sulla creazione di posti di lavoro. Il ritornello neoliberista e neoconservatore, dai tempi della deregulation reganiana che produsse, nel 1988, la prima di una serie di crisi fino a quella attuale, è sempre lo stesso: la protezione dei diritti dei lavoratori è in contrasto con le esigenze della crescita produttiva del Paese; dalla qual cosa si deduce che la libertà di licenziare, come e quando si vuole, dovrebbe fare da propulsore ad uno slancio economico altrimenti frenato dalle troppe garanzie legislative, tra le quali l’articolo 18 e lo statuto dei lavoratori, che impacciano la ripresa. Potrei, ma non voglio, dilungarmi sugli echi nostalgici che sento risuonare in queste affermazioni riguardo il laissez-faire ottocentesco, non tanto sul piano filosofico (i liberisti se ne fregano della filosofia, presi come sono dalla loro libido pragmatista) quanto su quello volgare, quello, cioè, di primato dell’azione economica e del suo scopo prioritario, ossia il profitto, in barba e a danno di qualsiasi altra considerazione umana e sociale. L’altruismo presente negli utilitaristi inglesi, che ha generato in Gran Bretagna un avanzatissimo welfare state, e le sue preoccupazioni sociali, nonostante il sostanziale materialismo della sua visione, sono del tutto assenti dalla mentalità dei neoconservatori, soprattutto italiani, abituati ad anteporre l’interesse privato a quello pubblico, il profitto di un’oligarchia alle necessità generali di una democrazia, il privilegio di pochi ai bisogni di molti. Vorrei solo dire che la miserabile pochezza del neoliberismo si svela, tragicamente, nei suoi risultati: 1 – Un intero continente, quello europeo, in preda a una crisi senza precedenti, generata da una visione ragionieristica e miope che ha condotto paesi dall’economia profondamente diversa e dai diversissimi livelli di produttività e benessere ad adottare la stessa moneta, cioè l’euro. 2 – Un’Europa che ha finito per diventare schiava del potere finanziario incarnato dalle banche nazionali e da quella centrale e che, dal 2000 ad oggi, ha visto una crescita esponenziale del debito pubblico e degli infiniti interessi da pagare sul debito stesso. 3 – I neoliberisti hanno coscientemente, in nome degli interessi di un’oligarchia, svuotato l’unità europea di qualsiasi contenuto di natura ideale, culturale e democratica, finendo per produrre perfino la sottomissione dei governi nazionali ai ricatti degli usurai continentali. 4 – I liberisti nostrani hanno dapprima spianato la strada allo sfacelo morale e intellettuale del berlusconismo e poi hanno dimostrato la loro impotenza a creare le premesse di un’effettiva ripresa; basta guardare il decremento del PIL e l’incremento spaventoso della disoccupazione e basta guardare il livello d’imposizione fiscale che non ha eguali nel resto d’Europa e che, comunque, non può produrre gli effetti di un risanamento reale a causa dell’enorme quantità di evasione fiscale e previdenziale, oltreché del persistere di una corruzione generalizzata che costa ai cittadini onesti ben 70 miliardi di euro l’anno. I politici, corrotti e inetti, tirano per la giacchetta questo o quel tecnocrate neocon, sforzandosi di convincerli a presentarsi alle elezioni (vedi il caso Passera, per il PD, e il caso dello stesso Monti, per l’UDC; a proposito di Passera, leggetevi “Capitani coraggiosi – I venti cavalieri che hanno privatizzato l’Alitalia”, di Gianni Dragoni, Chiarelettere). L’Italia somiglia sempre più a quella dantesca; la metafora della “nave sanza nocchiero in gran tempesta” del grande fiorentino è quantomai attuale. I neoliberisti non hanno alcuna idea su dove dirigere la barra del timone della Costa Concordia tricolore.
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